Rita Cuccuru, Sogno Mondiale.
"Buongiorno Cuccuru". "Buongiorno Sannelli".
Così inizia la giornata Rita Cuccuru: sentendosi con il suo allenatore Federico Sannelli per programmare i test e gli allenamenti a cui sottoporsi, con in testa il prossimo traguardo da tagliare.
Un rapporto importante tra i due che prosegue da 4 anni. A detta di Sannelli, lei "è stata l'inizio di tutto", di tutto quello che adesso è OTB e delle 7 medaglie conquistate a Rio. La Cuccuru è stata infatti la prima atleta seguita da OTB che ne ha curato il delicato passaggio dall'handbike al Triathlon. Da lì in poi "siamo cresciuti insieme, io come tecnico e lei come atleta" prosegue Sannelli.
Rita si affaccia al mondo del triathlon con grandi incertezze e senza saper nemmeno nuotare: in vasca non arrivava a fare 10 metri. Ma ricorda quei momenti con grande divertimento e grande soddisfazione per i progressi fatti in questi 4 anni. E il Dvd delle riprese di quelle prime bracciate in vasca lo tiene in bella vista sullo scaffale di casa sua: perché bisogna sapere da dove si parte per arrivare lontano.
Rita Cuccuru lo sa bene da dove arriva e ne è orgogliosa: La Sardegna è la sua amata terra e lo sport è il suo riparo dalla tempesta.
Nel 1995 infatti, mentre nella radio passa "High and Dry" nuovo singolo dei Radiohead, un incidente stradale le porta via la facoltà di camminare, ma non la voglia di correre. Spronata da sua sorella Giovanna, Rita si avvicina all'handbike ritrovando quella spinta vitale che le mancava.
Questa spinta con il supporto del coach Sannelli la motiva a lavorare, a sudare e a piangere per dei nuovi e più grandi obbiettivi. E i risultati non tardano ad arrivare:
Si qualifica Campionessa Italiana di ParaTriathlon nel 2014 e nel 2015. Nel 2014 vince il mondiale di Duathlon a Pontevedra, città spagnola famosa come la "città senza automobili" per essere stata pedonalizzata quasi interamente, un occhiolino del destino ad una persona che deve la sua disabilità ad un incidente automobilistico.
Il 2015 è l'anno che segna il suo ingresso nel Team Equa, coach Sannelli invero lavorava già da diversi mesi in Equa e il presidente Ercole Spada, da buon sardo, voleva fortemente Rita con sé e così l'abbraccio con il team è stato una normale conseguenza.
Ma il 2015 è anche l'anno che racchiude la più scottante delusione sportiva e la più gratificante soddisfazione della sua carriera. Un momento di buio e un momento di luce:
Il momento più buio arriva a Chicago, in occasione del campionato del mondo, dove non riesce a raggiungere la medaglia che invece l'anno prima aveva fatto sua, con un terzo posto ad Edmonton. La fredda oscurità della sconfitta si fa sentire.
Il momento di luce invece accade nella città natale del protagonista del celebre romanzo di Mary Shelley "Frankenstein, o il moderno Prometeo", titano greco noto secondo la leggenda, per aver rubato il fuoco degli dei donandolo agli uomini. La luce di quel fuoco irradia anche Rita: A Ginevra infatti diventa Campionessa Europea di Paratriathlon a seguito di una gara perfetta. Un successo prestigioso che è stato la chiusura di un percorso importante.
Il 2016 per Rita è stato un anno di transizione che ha segnato il ritorno dal triathlon all'Handbike: stagione in cui peraltro è stata la seconda migliore in Italia, dietro alla campionessa del mondo Francesca Porcellato.
La prossima sarà una stagione importante, orientata verso un unico obbiettivo: Il mondiale in South Africa che si svolgerà alla fine di Agosto.
Si selezioneranno alcune competizioni internazionali e gare di coppa del mondo puntando ad una convocazione nella nazionale italiana, con in mente un grande sogno. Quella gara in South Africa.
Gara prima della quale seguirà il solito rituale: si scriverà sul braccio il nome del suo angelo custode, Mamma Emilia, nome che ora è impresso in bianche lettere anche sulla sua Handbike (vedi foto sotto). Gara in cui pedalata dopo pedalata cercherà di portare l'Italia e la sua Sardegna sul gradino più alto del mondiale.
Al suo fianco Federico Sannelli, pronto ad aiutarla a realizzare quel Sogno:
"Buongiorno Cuccuru" non smettere di sognare, perché "quando sogna, l'uomo è un gigante che divora le stelle."
R.M.
Si parla di Calcio. Storie di vite ad inseguire un pallone, in cerca di gloria, di soldi, di fama, di rivincita o semplicemente perché è l'unica cosa che si sa fare. Perché dietro ad un campione c'è sempre un uomo, e quell'uomo è l'essenza stessa del campione.
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sabato 26 novembre 2016
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mercoledì 9 novembre 2016
"El Papu" Gomez e l'isola che non c'è
Alejandro Gomez potrebbe benissimo essere un personaggio ideato dalla mente di James Matthew Barrie, che seduto su una panchina ad Hyde Park diede vita ad uno dei personaggi più amati della letteratura: Peter Pan.
La vita del Papu ricorda in molti aspetti quella del ragazzino vestito di verde che volando verso la seconda stella a destra e poi dritto fino al mattino raggiungeva l'isola che non c'è.
Il bambino di albiceleste vestito infatti non è mai cresciuto, si è fermato a 165cm e ha mantenuto un irriverente gioia di vivere che solitamente palpita nelle rotondità delle guance dei bambini. L'ultimo episodio che ne evidenzia l'essenza di eterna fanciullezza è la fascia di capitano raffigurante "Holly e Benji" che il Papu ha indossato in occasione di Sassuolo-Atalanta. Gara che per inciso la Dea ha vinto per 0-3 e dove Gomez ha aperto le marcature con un gol da rapace.
Ma la storia di Papu Pan inizia in Argentina, in quella Buenos Aires che ha dato i natali a svariati artisti del fùtbol, e precisamente nel Arsenal Fùtbol Club dove alla precoce età di 14 anni viene convocato nel ritiro precampionato con la prima squadra.
A soli 17 anni, poi, l'allenatore del club di Sarandì, tal Jorge "Burru" Burruchaga ne rimane folgorato e lo fa esordire.
Nei quattro anni che seguono il Papu colleziona 77 presenze e 14 gol, di cui i più importanti sono i due segnati in finale della Copa Sudamericana, che ne valgono il titolo, nel leggendario Stadio Azteca, unico stadio insieme al Maracanà ad aver ospitato due finali dei mondiali e che nel '86 ha visto trionfare l'Argentina per 3-2 contro la Germania, proprio con un gol del suo allenatore Burruchaga; corsi e ricorsi della storia.
Il sodalizio con i propri allenatori è un altro fil rouge nella carriera del Papu: infatti nel 2009 passa al San Lorenzo, squadra che vanta un tifoso speciale in Città del Vaticano, dove viene allenato da un giovane allenatore che negli ultimi anni sta avendo una carriera di altissimo livello e che probabilmente in questo momento è tra i primi 3 allenatori al mondo: El Cholo Simeone.
L'esperienza con i Boedi dura solo un anno perché nell'estate del 2010 Gomez sbarca nel calcio europeo, al Catania, dove un anno dopo lo raggiunge come tecnico il Cholo che con il tridente albiceleste composto dal Papu, Maxi Lopez e Bergessio conquista una strepitosa salvezza.
I tre anni a Catania sono emozionanti e pieni di vita per Gomez e terminano nel 2013 quando, al top della carriera, sbaglia scelta di vita e va a giocare in Ucraina. Quella al Metalist è l'unica esperienza grigia di una vita a colori che però si riaccende subito d'azzurro nel 2014: Il Papu infatti sposa la causa bergamasca e firma con l'Atalanta, squadra che in quanto ad argentini la sa lunga. Da Humberto Maschio a German Denis passando per Caniggia la Dea ha sempre sospirato per i campioni che provengono dalla terra del fùtbol.
Il Papu con l'Atalanta gioca sempre meglio ogni stagione, con un crescendo di prestazioni che lo hanno innalzato ad idolo della curva atalantina e alla fascia di capitano.
L'estate appena trascorsa è stata all'insegna dei balletti in riva al mare o a bordo piscina e ha visto due assoluti protagonisti:
Gianluca Vacchi e il Papu Gomez.
Infatti il capitano dei bergamaschi è un fenomeno di simpatia oltre che sul campo da gioco, perché la sua indole bambinesca è una risorsa preziosa, una qualità che ne fa di lui un inno al calcio romantico, quello giocato per passione da un bambino nella sua cameretta con una pallina ricoperta di polvere di stelle.
L'Atalanta di quest'anno, guidata da un maestro di calcio come Gasperini, sta facendo sognare tifosi e appassionati con grandi prestazioni a suon di gol e di giocate ad alta velocità. Una squadra giovane capitanata da un ragazzo non più giovane ma che non vuole crescere mai..
Papu Pan.
R.M.
Alejandro Gomez potrebbe benissimo essere un personaggio ideato dalla mente di James Matthew Barrie, che seduto su una panchina ad Hyde Park diede vita ad uno dei personaggi più amati della letteratura: Peter Pan.
La vita del Papu ricorda in molti aspetti quella del ragazzino vestito di verde che volando verso la seconda stella a destra e poi dritto fino al mattino raggiungeva l'isola che non c'è.
Il bambino di albiceleste vestito infatti non è mai cresciuto, si è fermato a 165cm e ha mantenuto un irriverente gioia di vivere che solitamente palpita nelle rotondità delle guance dei bambini. L'ultimo episodio che ne evidenzia l'essenza di eterna fanciullezza è la fascia di capitano raffigurante "Holly e Benji" che il Papu ha indossato in occasione di Sassuolo-Atalanta. Gara che per inciso la Dea ha vinto per 0-3 e dove Gomez ha aperto le marcature con un gol da rapace.
Ma la storia di Papu Pan inizia in Argentina, in quella Buenos Aires che ha dato i natali a svariati artisti del fùtbol, e precisamente nel Arsenal Fùtbol Club dove alla precoce età di 14 anni viene convocato nel ritiro precampionato con la prima squadra.
A soli 17 anni, poi, l'allenatore del club di Sarandì, tal Jorge "Burru" Burruchaga ne rimane folgorato e lo fa esordire.
Nei quattro anni che seguono il Papu colleziona 77 presenze e 14 gol, di cui i più importanti sono i due segnati in finale della Copa Sudamericana, che ne valgono il titolo, nel leggendario Stadio Azteca, unico stadio insieme al Maracanà ad aver ospitato due finali dei mondiali e che nel '86 ha visto trionfare l'Argentina per 3-2 contro la Germania, proprio con un gol del suo allenatore Burruchaga; corsi e ricorsi della storia.
Il sodalizio con i propri allenatori è un altro fil rouge nella carriera del Papu: infatti nel 2009 passa al San Lorenzo, squadra che vanta un tifoso speciale in Città del Vaticano, dove viene allenato da un giovane allenatore che negli ultimi anni sta avendo una carriera di altissimo livello e che probabilmente in questo momento è tra i primi 3 allenatori al mondo: El Cholo Simeone.
L'esperienza con i Boedi dura solo un anno perché nell'estate del 2010 Gomez sbarca nel calcio europeo, al Catania, dove un anno dopo lo raggiunge come tecnico il Cholo che con il tridente albiceleste composto dal Papu, Maxi Lopez e Bergessio conquista una strepitosa salvezza.
I tre anni a Catania sono emozionanti e pieni di vita per Gomez e terminano nel 2013 quando, al top della carriera, sbaglia scelta di vita e va a giocare in Ucraina. Quella al Metalist è l'unica esperienza grigia di una vita a colori che però si riaccende subito d'azzurro nel 2014: Il Papu infatti sposa la causa bergamasca e firma con l'Atalanta, squadra che in quanto ad argentini la sa lunga. Da Humberto Maschio a German Denis passando per Caniggia la Dea ha sempre sospirato per i campioni che provengono dalla terra del fùtbol.
Il Papu con l'Atalanta gioca sempre meglio ogni stagione, con un crescendo di prestazioni che lo hanno innalzato ad idolo della curva atalantina e alla fascia di capitano.
L'estate appena trascorsa è stata all'insegna dei balletti in riva al mare o a bordo piscina e ha visto due assoluti protagonisti:
Gianluca Vacchi e il Papu Gomez.
Infatti il capitano dei bergamaschi è un fenomeno di simpatia oltre che sul campo da gioco, perché la sua indole bambinesca è una risorsa preziosa, una qualità che ne fa di lui un inno al calcio romantico, quello giocato per passione da un bambino nella sua cameretta con una pallina ricoperta di polvere di stelle.
L'Atalanta di quest'anno, guidata da un maestro di calcio come Gasperini, sta facendo sognare tifosi e appassionati con grandi prestazioni a suon di gol e di giocate ad alta velocità. Una squadra giovane capitanata da un ragazzo non più giovane ma che non vuole crescere mai..
Papu Pan.
R.M.
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sabato 22 ottobre 2016
PAOLO CECCHETTO, L'uomo che visse due volte
Ho conosciuto un uomo. Un uomo il cui carisma ha il particolare dono di rendere l'aria frizzante. Tutti quelli che incrociano il suo sguardo sorridono spinti da una magica empatia.
L'ho conosciuto in una giornata di festa, in cui si celebrava uno straordinario team e delle eccezionali vittorie, tra le quali spicca la sua grande impresa. Lui, che di quel team è il capitano, è Paolo Cecchetto e la sua è una storia di rivalsa e di talento perché, come scoprirete leggendo, lui prima di tutto è un fenomeno.
La sua incredibile storia inizia con un incidente in moto in seguito al quale, a 22 anni, perde l'uso delle gambe divenendo paraplegico. Quello che per molti poteva essere un epilogo per lui è un inizio, perché si hanno due vite, e la seconda comincia il giorno in cui ci si rende conto che non se ne ha che una. Paolo lo capisce e incomincia a vivere di sport e di affetti. Per 12 anni si dedica anima e corpo all'Atletica paralimpica con la wheelchair ottenendo ottimi risultati, poi per 2 anni gioca a Basket in carrozzina a Cantù e Varese e infine prova anche l'Hockey su ghiaccio in carrozzina. Nel frattempo si sposa e ha tre figli. Il Cecco, come lo chiamano gli amici, è un cannibale sportivo. Non è mai sazio e vuole sempre trovare nuovi stimoli arrivando così all'incontro con l'handbike che gli cambia letteralmente la vita, travolgendolo di passione. Viene inserito nella categoria H3 nella quale dal 2000 al 2015 vince diversi Titoli italiani e nel 2008 si aggiudica il titolo di Campione Europeo, primo italiano a raggiungere un successo così prestigioso nell'handbike. Questi risultati gli valgono la convocazione per le Olimpiadi di Londra 2012, altra tappa fondamentale della sua storia: infatti, dopo una gara straordinaria disputata sempre al comando, Paolo commette un errore e si schianta quando era oramai in odore di medaglia. Quelli che seguono sono momenti difficili, l'insaziabile fame di vittorie di Cecco svanisce e, come mi ha rivelato lui stesso: "mi sono buttato giù e per un anno ho smesso di correre, perché quando un atleta non ha la testa il corpo non lo segue". Nel momento di massima crisi però interviene una figura fondamentale per Paolo Cecchetto, un leone che non ha mai smesso di credere in lui e che con la promessa di creare un squadra lo fa tornare a correre: Il leone è Ercole Spada, che costruisce il Team Equa intorno a Cecchetto mettendogli a disposizione il meglio. Ercole chiama il coach Federico Sannelli, preparatore atletico professionale, nominandolo direttore tecnico del Team Equa. Cecchetto è molto competente e per questo è anche molto esigente e siccome con il coach c'è una grande differenza di età (infatti Cecchetto è nato nel 1967 mentre Sannelli è classe 1990) il periodo iniziale è un periodo di studio in cui Paolo mette alla prova le competenze e la professionalità del nuovo coach. Scoprendo una persona che ha la sua stessa competenza e dedizione al lavoro nasce fra loro un feeling che Sannelli definisce "speciale, di totale sintonia e continuo confronto perché Paolo è una persona che ti fa appassionare a quello che fa e a quello che ti chiede di fare per lui". Il confronto fra i due diviene fondamentale, perché ogni scheda di allenamento e ogni variazione sulla preparazione è discussa con Cecchetto e realizzata grazie ad un lavoro simbiotico tra atleta e allenatore. Il lavoro così strutturato porta subito i suoi frutti e nel 2015 Cecchetto si conferma Campione Italiano in linea battendo il campione del mondo Vittorio Podestà. Proprio i duelli con il campione del mondo sono un grande stimolo per Paolo che ne conosce l'importanza "perché non ti puoi nascondere, se perdi sei fuori e se vinci sei ad altissimi livelli e io voglio essere al top". Grazie al lavoro e ai risultati arriva la chiamata più agognata: la convocazione per le Olimpiadi di Rio 2016. Studiando il percorso il coach e l'atleta si accorgono che è adatto alle sue caratteristiche: prima del rettilineo finale infatti c'è una curva a 90 gradi molto tecnica e Sannelli mi rivela che "Paolo è un fenomeno, al mondo non c'è nessuno con la sua capacità di guida". Nel 2016 tutta la stagione viene improntata per la preparazione della gara olimpica: ritiro in Liguria fin da Gennaio e una preparazione studiata per essere al 110% a Settembre. A Maggio arriva un test importante, la Coppa del Mondo in Belgio, dove Cecchetto termina secondo in volata confermando le buone sensazioni in vista dell'olimpiade. Finalmente dopo tanta attesa si parte per Rio, i giorni che precedono la gara sono contrassegnati dalla tranquillità e dalla concentrazione: Paolo infatti non è uno di quegli atleti che hanno bisogno di sentirsi dare indicazioni fino all'ultimo come lui stesso mi riferisce "il mio modo di concentrarmi è particolare, chi mi è vicino deve prepararmi i materiali e deve essere competente quanto me, non c'è bisogno che parli. Perché io non cerco sicurezze da un allenatore, non sono un insicuro". La preparazione Cecchetto-Sannelli è perfetta e nei giorni che precedono la gara Paolo si accorda con Podestà per una strategia di gara che riescono ad attuare : Podestà tiene il ritmo e Cecco gli rimane attaccato. Nelle ultime curve partono tutti all'attacco e Cecchetto riesce a farsi strada e ad imboccare l'ultima curva, quella a 90 gradi che tanto avevano studiato: come pronosticato ripartono tutti da fermo. Tutti tranne uno, che dopo aver eseguito una curva da fenomeno assoluto qual'è si invola in solitaria verso il traguardo con il sorriso stampato sulla faccia. Sullo sfondo si intravedono due figuri che quasi si buttano al di là delle transenne tanta è l'emozione ed il trasporto: sono il suo coach Federico Sannelli e l'uomo che più di tutti ha creduto in questo momento, Ercole Spada. Paolo taglia il traguardo con le braccia alzate verso il cielo e una gioia che non può essere contenuta nei confini di un corpo umano. Oro Olimpico. La medaglia più prestigiosa, il traguardo più agognato da un atleta è di Paolo Cecchetto.
La sua intervista a caldo è qualcosa di eccezionale: Cecco è lucidissimo ad analizzare la gara, ringrazia Podestà per l'aiuto e poi si abbandona alla felicità più assoluta con un grido che scuote Rio de Janeiro, pronunciando la mitica frase "sono così felice che ora posso camminare. Posso camminare!"
Persino Alex Zanardi, non uno che scherza in quanto ad eccellenza umana, dice di Cecchetto emozionando tutti "Pensate a Paolo Cecchetto, quante notti non avrà dormito dopo la delusione di Londra 2012 e adesso quante notti non dormirà per la felicità di Rio 2016".
Lo stesso Zanardi che alla vittoria del Cecco Twittava "Siamo strafelici per Paolo Cecchetto: Oro!!! Da Londra a Rio, from zero to hero", quella sera usciva a prendere delle birre per festeggiarlo.
Adesso il Cecco sta già lavorando con il suo coach per la prossima stagione, per il prossimo traguardo. Come sempre un cannibale mai pago.
Questa è una storia sul talento di un fenomeno, dell'Uomo che visse due volte.
sabato 17 settembre 2016
MARKO PJACA, l'Houdini di Zagabria
Il 6 Maggio 1889 a Parigi veniva aperta al pubblico ufficialmente, per l'Esposizione Universale, La Tour Eiffel. Monumento simbolo di una città e di una nazione Intera. 106 anni dopo, il 6 Maggio 1995, nasce a Zagabria Marko Pjaca. Giovane monumento all'Arte del Dribbling, che se brillerà come gli astronomi del pallone prospettano sarà la stella più splendente di una città e di una nazione intera.
I suoi genitori erano due lottatori nel vero senso della parola: La Madre campionessa di Judo e il Padre campione di lotta libera, e al piccolo Marko hanno trasmesso il senso della disciplina e dell'agonismo. Pjaca però fin da piccolo decide di non seguire le orme dei genitori "perché in pochi conoscono il più forte wrestler del mondo, ma tutti sanno chi sono i calciatori migliori del mondo" e chi è nato lo stesso giorno della Tour Eiffel porta con sé un'ambizione speciale.
Già a 9 anni viene ingaggiato dalla sua squadra del cuore, la Dinamo Zagabria. La Dinamo è una delle più grandi fucine di talenti del mondo calcistico, 15 giocatori sui 21 convocati dalla Croazia ad Euro 2016 sono cresciuti nel vivaio dei Modri. Questa incredibile produzione di talenti la si deve ai metodi di allenamento professati in quel di Zagabria. Da quando entrano nell'Under 14 infatti i ragazzi del vivaio per 5/6 giorni a settimana si allenano 8 ore al giorno, seguiti da allenatori e preparatori che sviluppano allenamenti personalizzati per ogni singolo ragazzo. Forgiato da anni di allenamenti Steineriani Marko Pjaca è cresciuto fisicamente (è alto 1,86m) e tecnicamente con in mente un unico obbiettivo: Il Grande Calcio Europeo. A 17 anni viene mandato in prestito alla Lokomotiva Zagabria dove fa il suo esordio nella massima serie croata e dove si fa le ossa prima di tornare a casa alla Dinamo. La stagione 2014/15 è quella della consacrazione come miglior talento del calcio croato, in una stagione con 14 gol e 6 assist, impreziosita dalla tripletta contro il Celtic in Europa League.
Marko ha una vocazione però, che segue con cieca fedeltà, ed è quella del Dribbling. Ne è ossessionato e ne fa una ragion d'essere. Il suo soprannome è il Ronaldinho dei Balcani, per via della sua adorazione lucida dell'ex numero 10 della Seleção, lucida perché non è un'adorazione fine a sé stessa ma il piccolo Pjaca ne studia i movimenti e ne carpisce le mosse con cui l'illusionista verdeoro stordisce i suoi avversari.
La partita che consegna Marko Pjaca al Grande Calcio è Spagna-Croazia ad Euro 2016, che si giocano proprio nella terra della Torre realizzata da Monsieur Eiffel. Il Ronaldinho dei Balcani ammattisce letteralmente le furie rosse con dribbling e giocate a velocità spaziali. Chiude l'Europeo come il giocatore con il maggior numero di dribbling in relazione ai minuti giocati ed è subito chiaro a tutti che il suo futuro non sarebbe stato più in Croazia.
La chiamata dal Grande Calcio infatti non tarda ad arrivare ed è più che autorevole: la Juventus pentacampione d'Italia. Marko si presenta a Torino con grande umiltà e con in spalla il bagaglio di disciplina e senso del dovere che la Dinamo e la sua famiglia gli hanno fornito. Per la prima volta in vita sua va a vivere da solo, infatti fino a pochi mesi fa viveva ancora con mamma e papà a Zagabria, contribuendo alle spese familiari.
Questo è Marko Pjaca, un ragazzo semplice, attaccato alla sua famiglia, con grande professionalità e ambizione. Un giocatore di enorme talento, un pioniere del dribbling e della giocata spettacolare.
In questa stagione aspettiamoci di essere stupiti dall'Houdini di Zagabria, la Serie A ha un grande bisogno di talento e di spettacolo e Marko Pjaca è un artista del Dribbling nato lo stesso giorno della Tour Eiffel. Bellezza al potere.
R.M.
Il 6 Maggio 1889 a Parigi veniva aperta al pubblico ufficialmente, per l'Esposizione Universale, La Tour Eiffel. Monumento simbolo di una città e di una nazione Intera. 106 anni dopo, il 6 Maggio 1995, nasce a Zagabria Marko Pjaca. Giovane monumento all'Arte del Dribbling, che se brillerà come gli astronomi del pallone prospettano sarà la stella più splendente di una città e di una nazione intera.
I suoi genitori erano due lottatori nel vero senso della parola: La Madre campionessa di Judo e il Padre campione di lotta libera, e al piccolo Marko hanno trasmesso il senso della disciplina e dell'agonismo. Pjaca però fin da piccolo decide di non seguire le orme dei genitori "perché in pochi conoscono il più forte wrestler del mondo, ma tutti sanno chi sono i calciatori migliori del mondo" e chi è nato lo stesso giorno della Tour Eiffel porta con sé un'ambizione speciale.
Già a 9 anni viene ingaggiato dalla sua squadra del cuore, la Dinamo Zagabria. La Dinamo è una delle più grandi fucine di talenti del mondo calcistico, 15 giocatori sui 21 convocati dalla Croazia ad Euro 2016 sono cresciuti nel vivaio dei Modri. Questa incredibile produzione di talenti la si deve ai metodi di allenamento professati in quel di Zagabria. Da quando entrano nell'Under 14 infatti i ragazzi del vivaio per 5/6 giorni a settimana si allenano 8 ore al giorno, seguiti da allenatori e preparatori che sviluppano allenamenti personalizzati per ogni singolo ragazzo. Forgiato da anni di allenamenti Steineriani Marko Pjaca è cresciuto fisicamente (è alto 1,86m) e tecnicamente con in mente un unico obbiettivo: Il Grande Calcio Europeo. A 17 anni viene mandato in prestito alla Lokomotiva Zagabria dove fa il suo esordio nella massima serie croata e dove si fa le ossa prima di tornare a casa alla Dinamo. La stagione 2014/15 è quella della consacrazione come miglior talento del calcio croato, in una stagione con 14 gol e 6 assist, impreziosita dalla tripletta contro il Celtic in Europa League.
Marko ha una vocazione però, che segue con cieca fedeltà, ed è quella del Dribbling. Ne è ossessionato e ne fa una ragion d'essere. Il suo soprannome è il Ronaldinho dei Balcani, per via della sua adorazione lucida dell'ex numero 10 della Seleção, lucida perché non è un'adorazione fine a sé stessa ma il piccolo Pjaca ne studia i movimenti e ne carpisce le mosse con cui l'illusionista verdeoro stordisce i suoi avversari.
La partita che consegna Marko Pjaca al Grande Calcio è Spagna-Croazia ad Euro 2016, che si giocano proprio nella terra della Torre realizzata da Monsieur Eiffel. Il Ronaldinho dei Balcani ammattisce letteralmente le furie rosse con dribbling e giocate a velocità spaziali. Chiude l'Europeo come il giocatore con il maggior numero di dribbling in relazione ai minuti giocati ed è subito chiaro a tutti che il suo futuro non sarebbe stato più in Croazia.
La chiamata dal Grande Calcio infatti non tarda ad arrivare ed è più che autorevole: la Juventus pentacampione d'Italia. Marko si presenta a Torino con grande umiltà e con in spalla il bagaglio di disciplina e senso del dovere che la Dinamo e la sua famiglia gli hanno fornito. Per la prima volta in vita sua va a vivere da solo, infatti fino a pochi mesi fa viveva ancora con mamma e papà a Zagabria, contribuendo alle spese familiari.
Questo è Marko Pjaca, un ragazzo semplice, attaccato alla sua famiglia, con grande professionalità e ambizione. Un giocatore di enorme talento, un pioniere del dribbling e della giocata spettacolare.
In questa stagione aspettiamoci di essere stupiti dall'Houdini di Zagabria, la Serie A ha un grande bisogno di talento e di spettacolo e Marko Pjaca è un artista del Dribbling nato lo stesso giorno della Tour Eiffel. Bellezza al potere.
R.M.
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domenica 11 settembre 2016
LA LEGGENDA DEL RE PESCATORE
In un afoso pomeriggio colombiano si incontrano l'Atletico Junior e il Deportivo Pasto. Il risultato è inchiodato sullo 0-0 e la gente sugli spalti mugugna. L'allenatore dell'Atletico, Julio Avelino Comesaña, si gira verso la panchina e chiama un ragazzo di 22 anni che non aveva mai giocato con i professionisti prima d'ora. Il ragazzo si alza, emozionato dall'imminente esordio con la sua squadra del cuore, e si dirige a fianco del quarto uomo. Il pubblico dell'Atletico Junior inizia a fischiarlo. Non lo conoscono e non gli danno fiducia. Ma Il ragazzo è abituato, nessuno gli ha mai regalato nulla nella sua vita, figuriamoci se gli regalano qualcosa di così importante come la fiducia. Entra e il primo pallone che tocca lo trasforma in rete. 1-0. Pochi minuti dopo altra palla dal limite. Destro a giro. 2-0. Esordio con doppietta per il ragazzo fischiato dal suo pubblico, che ora è tutto in piedi a cantare il suo nome. Era il 1 marzo 2009 e quel ragazzo si chiamava Carlos Arturo Bacca. E fino a pochi mesi prima la mattina vendeva il pesce insieme al padre Gilberto al porto di Barranquilla e al pomeriggio faceva il controllore sull'autobus per la tratta Barranquilla-Puerto Colombia (150km). Da quel pomeriggio la sua vita cambia, finalmente è un professionista nel settore delle reti. Non più reti da pesca ma reti che contornano una porta da calcio e ogni volta che il pallone viene catturato da quelle reti Carlos alza le mani verso il cielo ringraziando Dio.
Con l'Atletico Junior si mette in mostra a tal punto che un salto di qualità pare inevitabile. Infatti viene cercato dal Boca Junior prima e dal Lokomotiv Mosca poi. Proprio con i Russi sembra fatta quando si inserisce il Club Bruges. Nel Gennaio del 2012, a 25 anni, arriva nel calcio Europeo "El Peluca", chiamato così per via della folta chioma di capelli che teneva lunghi da piccolo. Trascina i nerazzurri fino al preliminare di Champions League, e dopo l'eliminazione del Club Bruges, si accorge che questa città fiamminga è troppo piccola per lui. Così inizia un'asta tra diversi club europei che vede spuntarla il Sevilla di Emery. A Siviglia avviene la sua consacrazione e l'iscrizione al club degli attaccanti più prolifici d'Europa. 49 gol 108 presenze conditi da due vittorie dell'Europa League, con tanto di doppietta nella finale del 2015 contro il Dnipro, dove due conoscenze del nostro calcio salgono in cattedra: Kalinic firma l'1-0 per il Dnipro e Banega regala un assist a Carlos vincendo anche il titolo di MVP della finale.
Dopo questa finale Bacca passa al Milan per 30 milioni di euro.Nella prima stagione con i rossoneri segna 20 reti in 43 partite, capocannoniere della squadra. Ma tutto questo non basta, nell'estate appena trascorsa il Milan cerca di venderlo per monetizzare. Ancora una volta non gli è concesso nulla, nemmeno la fiducia. E Bacca risponde nell'unico modo che conosce, riempiendo le reti: prima partita di Serie A e Carlos segna una tripletta al Torino che regala 3 punti ai rossoneri.
Dalle reti del porto di Barranquilla alle reti della Scala Del Calcio, sempre con le mani rivolte verso il Cielo.
Questa è la Leggenda del Re Pescatore, Carlos Arturo Bacca Ahumada.
R.M.
In un afoso pomeriggio colombiano si incontrano l'Atletico Junior e il Deportivo Pasto. Il risultato è inchiodato sullo 0-0 e la gente sugli spalti mugugna. L'allenatore dell'Atletico, Julio Avelino Comesaña, si gira verso la panchina e chiama un ragazzo di 22 anni che non aveva mai giocato con i professionisti prima d'ora. Il ragazzo si alza, emozionato dall'imminente esordio con la sua squadra del cuore, e si dirige a fianco del quarto uomo. Il pubblico dell'Atletico Junior inizia a fischiarlo. Non lo conoscono e non gli danno fiducia. Ma Il ragazzo è abituato, nessuno gli ha mai regalato nulla nella sua vita, figuriamoci se gli regalano qualcosa di così importante come la fiducia. Entra e il primo pallone che tocca lo trasforma in rete. 1-0. Pochi minuti dopo altra palla dal limite. Destro a giro. 2-0. Esordio con doppietta per il ragazzo fischiato dal suo pubblico, che ora è tutto in piedi a cantare il suo nome. Era il 1 marzo 2009 e quel ragazzo si chiamava Carlos Arturo Bacca. E fino a pochi mesi prima la mattina vendeva il pesce insieme al padre Gilberto al porto di Barranquilla e al pomeriggio faceva il controllore sull'autobus per la tratta Barranquilla-Puerto Colombia (150km). Da quel pomeriggio la sua vita cambia, finalmente è un professionista nel settore delle reti. Non più reti da pesca ma reti che contornano una porta da calcio e ogni volta che il pallone viene catturato da quelle reti Carlos alza le mani verso il cielo ringraziando Dio.
Con l'Atletico Junior si mette in mostra a tal punto che un salto di qualità pare inevitabile. Infatti viene cercato dal Boca Junior prima e dal Lokomotiv Mosca poi. Proprio con i Russi sembra fatta quando si inserisce il Club Bruges. Nel Gennaio del 2012, a 25 anni, arriva nel calcio Europeo "El Peluca", chiamato così per via della folta chioma di capelli che teneva lunghi da piccolo. Trascina i nerazzurri fino al preliminare di Champions League, e dopo l'eliminazione del Club Bruges, si accorge che questa città fiamminga è troppo piccola per lui. Così inizia un'asta tra diversi club europei che vede spuntarla il Sevilla di Emery. A Siviglia avviene la sua consacrazione e l'iscrizione al club degli attaccanti più prolifici d'Europa. 49 gol 108 presenze conditi da due vittorie dell'Europa League, con tanto di doppietta nella finale del 2015 contro il Dnipro, dove due conoscenze del nostro calcio salgono in cattedra: Kalinic firma l'1-0 per il Dnipro e Banega regala un assist a Carlos vincendo anche il titolo di MVP della finale.
Dopo questa finale Bacca passa al Milan per 30 milioni di euro.Nella prima stagione con i rossoneri segna 20 reti in 43 partite, capocannoniere della squadra. Ma tutto questo non basta, nell'estate appena trascorsa il Milan cerca di venderlo per monetizzare. Ancora una volta non gli è concesso nulla, nemmeno la fiducia. E Bacca risponde nell'unico modo che conosce, riempiendo le reti: prima partita di Serie A e Carlos segna una tripletta al Torino che regala 3 punti ai rossoneri.
Dalle reti del porto di Barranquilla alle reti della Scala Del Calcio, sempre con le mani rivolte verso il Cielo.
Questa è la Leggenda del Re Pescatore, Carlos Arturo Bacca Ahumada.
R.M.
sabato 10 settembre 2016
EVER BANEGA El Tanguito
A Rosario, nella città del futbòl, c'è un derby tra due selezioni giovanili che è sentito dai Rosarini come il Superclàsico Boca-River: Alianza Sportiva contro Grandoli Fc. La sfida ha luogo su quei campi impolverati che si trovano solo in Argentina, dove giocando si respira a pieni polmoni polvere e futbòl. Le partite della classe '87 rimangono negli annali. I numeri 10 delle due selezioni sono entrambi piccoli, uno in particolar modo, ma sono di gran lunga i migliori giocatori in campo. Nell'Alianza Sportiva Il numero 10 è Ever Banega mentre per il Grandoli Fc veste quella maglia Lionel Andrés Cuccitini, meglio conosciuto come Leo Messi. Banega ricorda quelle partite. "Era uno spreco di tempo perché avremmo giocato contro un nano e ci avrebbe fatti sembrare tutti degli stupidi. Era piccolo, la divisa era troppo grande per lui, ma quello che faceva era già fenomenale." In realtà Ever non avrebbe neanche dovuto giocare perciò precisa:"Ero in una categoria di età inferiore, ma mio papà era l'allenatore della classe 1987 e così era solito farmi giocare in quella categoria." Infatti Banega nasce il 29 Giugno 1988 nel Barrio Saladillo a Rosario. La sua infanzia è come quella di tanti ragazzini nati nel Barrio, non ci sono soldi e ogni cosa va guadagnata. Perfino le scarpe da calcio erano da condividere con i fratelli. "Luciano giocava all'una, Cesàr alle tre e poi arrivavo io". Ma il suo talento non era come quello di tanti, il talento di Ever era evidente e fu la sua ancora di salvezza. J.Griffa, grande maestro di futbòl argentino, che ha avuto come apprendisti gente del calibro di Valdano, Batistuta e Tevez, lo nota e lo porta da Rosario a Buenos Aires sponda Xeneizes. Griffa sul Tanguito dichiara che era bravo tecnicamente ma quello che mi sorprese davvero era la sua straordinaria mentalità. Questa mentalità lo porta ad essere titolare a 18 anni nel Boca Juniors e a vincere la Copa Libertadores nel 2007. A 19 anni, 19 è il suo numero fortunato tanto da tatuarselo sul polpaccio destro insieme allo scudetto del Newell's Old Boys (squadra di cui è tifoso devoto), arriva la chiamata Europea. Ever Banega è un nuovo giocatore del Valencia. Ma quelli che dovrebbero essere gli anni della sua consacrazione sul palcoscenico europeo sono invece caratterizzati dalle sbandate fuori dal campo. Un'escalation di Alcol, movida e allenamenti con pesanti postumi da sbornia che culmina con la rottura di tibia e perone. Infortunio che non avviene su un campo da calcio ma da un benzinaio. Banega non si ricorda di mettere il freno a mano alla sua Audi A8 e quando questa inizia a muoversi prova a fermarla con la gamba. Risultato: 6 mesi di stop.
Iniziano anni difficili, fatti di prestiti e prestazioni anonime, fino a che non arriva la svolta. E la svolta ha un nome e un cognome. Unai Emery. Che lo allena prima a Valencia e poi nel Sevilla tre volte vincitore dell'Europa League. Emery lo inventa falso diez, in un ruolo più offensivo in cui Ever può spaziare nella metà campo avversaria e inventare assist al bacio, come quello in finale di Europa League contro il Liverpool. Geniale. In entrambe le finali Banega viene nominato El Hombre del partido con conseguente titolo di MVP della Finale. Per la stagione 2016-17 Banega firma per l'Inter dove avrà il compito di ammaliare S.Siro con le sue giocate fenomenali, regalando assist per i nerazzurri. Ma se volete sapere chi è Ever Banega e qual'è il suo ruolo, dovete sentire le parole di uno dei massimi conoscitori del calcio argentino in Italia. Lele Adani. Per comprendere Banega "si deve uscire dal concetto di ruolo per entrare nel concetto di pensiero calcistico." Questo è Banega, un anarchico della tattica, un funambolo del pensiero calcistico.
Bienvenido Tanguito,
R.M.
A Rosario, nella città del futbòl, c'è un derby tra due selezioni giovanili che è sentito dai Rosarini come il Superclàsico Boca-River: Alianza Sportiva contro Grandoli Fc. La sfida ha luogo su quei campi impolverati che si trovano solo in Argentina, dove giocando si respira a pieni polmoni polvere e futbòl. Le partite della classe '87 rimangono negli annali. I numeri 10 delle due selezioni sono entrambi piccoli, uno in particolar modo, ma sono di gran lunga i migliori giocatori in campo. Nell'Alianza Sportiva Il numero 10 è Ever Banega mentre per il Grandoli Fc veste quella maglia Lionel Andrés Cuccitini, meglio conosciuto come Leo Messi. Banega ricorda quelle partite. "Era uno spreco di tempo perché avremmo giocato contro un nano e ci avrebbe fatti sembrare tutti degli stupidi. Era piccolo, la divisa era troppo grande per lui, ma quello che faceva era già fenomenale." In realtà Ever non avrebbe neanche dovuto giocare perciò precisa:"Ero in una categoria di età inferiore, ma mio papà era l'allenatore della classe 1987 e così era solito farmi giocare in quella categoria." Infatti Banega nasce il 29 Giugno 1988 nel Barrio Saladillo a Rosario. La sua infanzia è come quella di tanti ragazzini nati nel Barrio, non ci sono soldi e ogni cosa va guadagnata. Perfino le scarpe da calcio erano da condividere con i fratelli. "Luciano giocava all'una, Cesàr alle tre e poi arrivavo io". Ma il suo talento non era come quello di tanti, il talento di Ever era evidente e fu la sua ancora di salvezza. J.Griffa, grande maestro di futbòl argentino, che ha avuto come apprendisti gente del calibro di Valdano, Batistuta e Tevez, lo nota e lo porta da Rosario a Buenos Aires sponda Xeneizes. Griffa sul Tanguito dichiara che era bravo tecnicamente ma quello che mi sorprese davvero era la sua straordinaria mentalità. Questa mentalità lo porta ad essere titolare a 18 anni nel Boca Juniors e a vincere la Copa Libertadores nel 2007. A 19 anni, 19 è il suo numero fortunato tanto da tatuarselo sul polpaccio destro insieme allo scudetto del Newell's Old Boys (squadra di cui è tifoso devoto), arriva la chiamata Europea. Ever Banega è un nuovo giocatore del Valencia. Ma quelli che dovrebbero essere gli anni della sua consacrazione sul palcoscenico europeo sono invece caratterizzati dalle sbandate fuori dal campo. Un'escalation di Alcol, movida e allenamenti con pesanti postumi da sbornia che culmina con la rottura di tibia e perone. Infortunio che non avviene su un campo da calcio ma da un benzinaio. Banega non si ricorda di mettere il freno a mano alla sua Audi A8 e quando questa inizia a muoversi prova a fermarla con la gamba. Risultato: 6 mesi di stop.
Iniziano anni difficili, fatti di prestiti e prestazioni anonime, fino a che non arriva la svolta. E la svolta ha un nome e un cognome. Unai Emery. Che lo allena prima a Valencia e poi nel Sevilla tre volte vincitore dell'Europa League. Emery lo inventa falso diez, in un ruolo più offensivo in cui Ever può spaziare nella metà campo avversaria e inventare assist al bacio, come quello in finale di Europa League contro il Liverpool. Geniale. In entrambe le finali Banega viene nominato El Hombre del partido con conseguente titolo di MVP della Finale. Per la stagione 2016-17 Banega firma per l'Inter dove avrà il compito di ammaliare S.Siro con le sue giocate fenomenali, regalando assist per i nerazzurri. Ma se volete sapere chi è Ever Banega e qual'è il suo ruolo, dovete sentire le parole di uno dei massimi conoscitori del calcio argentino in Italia. Lele Adani. Per comprendere Banega "si deve uscire dal concetto di ruolo per entrare nel concetto di pensiero calcistico." Questo è Banega, un anarchico della tattica, un funambolo del pensiero calcistico.
Bienvenido Tanguito,
R.M.
domenica 4 settembre 2016
Il Calcio di Fidia
Questo Blog nasce con l'intento di raccontare il mondo del calcio facendo dei ritratti dei protagonisti di questo magico sport, inteso come epica moderna. Le gesta in guerra degli eroi del passato sono ora per noi le gesta atletiche degli sportivi. Passioni, tormenti, paure e ambizioni sono gli stessi sentimenti che muovevano gli eroi dell'antica Grecia, e che ora spingono i nostri campioni alla conquista della Gloria. E proprio dall'antica Grecia arriva Fidia, il più celebre scultore di ogni epoca, che ritraeva vite intere in una singola scultura. L'intera essenza di un essere umano veniva catturata e poi immortalata attraverso una scultura, Fidia perciò altro non era che un ritrattista, un uomo in grado di raccontare vite umane con lo spirito di osservazione e la capacità di contestualizzare degna dei migliori storyteller del nostro tempo. In questo blog quel che cercherò di fare sono delle sculture, dei ritratti di moderni eroi, dei campioni che riempiono il nostro immaginario e stuzzicano la nostra fantasia.
Meloni Riccardo.
Questo Blog nasce con l'intento di raccontare il mondo del calcio facendo dei ritratti dei protagonisti di questo magico sport, inteso come epica moderna. Le gesta in guerra degli eroi del passato sono ora per noi le gesta atletiche degli sportivi. Passioni, tormenti, paure e ambizioni sono gli stessi sentimenti che muovevano gli eroi dell'antica Grecia, e che ora spingono i nostri campioni alla conquista della Gloria. E proprio dall'antica Grecia arriva Fidia, il più celebre scultore di ogni epoca, che ritraeva vite intere in una singola scultura. L'intera essenza di un essere umano veniva catturata e poi immortalata attraverso una scultura, Fidia perciò altro non era che un ritrattista, un uomo in grado di raccontare vite umane con lo spirito di osservazione e la capacità di contestualizzare degna dei migliori storyteller del nostro tempo. In questo blog quel che cercherò di fare sono delle sculture, dei ritratti di moderni eroi, dei campioni che riempiono il nostro immaginario e stuzzicano la nostra fantasia.
Meloni Riccardo.
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