"El Papu" Gomez e l'isola che non c'è
Alejandro Gomez potrebbe benissimo essere un personaggio ideato dalla mente di James Matthew Barrie, che seduto su una panchina ad Hyde Park diede vita ad uno dei personaggi più amati della letteratura: Peter Pan.
La vita del Papu ricorda in molti aspetti quella del ragazzino vestito di verde che volando verso la seconda stella a destra e poi dritto fino al mattino raggiungeva l'isola che non c'è.
Il bambino di albiceleste vestito infatti non è mai cresciuto, si è fermato a 165cm e ha mantenuto un irriverente gioia di vivere che solitamente palpita nelle rotondità delle guance dei bambini. L'ultimo episodio che ne evidenzia l'essenza di eterna fanciullezza è la fascia di capitano raffigurante "Holly e Benji" che il Papu ha indossato in occasione di Sassuolo-Atalanta. Gara che per inciso la Dea ha vinto per 0-3 e dove Gomez ha aperto le marcature con un gol da rapace.
Ma la storia di Papu Pan inizia in Argentina, in quella Buenos Aires che ha dato i natali a svariati artisti del fùtbol, e precisamente nel Arsenal Fùtbol Club dove alla precoce età di 14 anni viene convocato nel ritiro precampionato con la prima squadra.
A soli 17 anni, poi, l'allenatore del club di Sarandì, tal Jorge "Burru" Burruchaga ne rimane folgorato e lo fa esordire.
Nei quattro anni che seguono il Papu colleziona 77 presenze e 14 gol, di cui i più importanti sono i due segnati in finale della Copa Sudamericana, che ne valgono il titolo, nel leggendario Stadio Azteca, unico stadio insieme al Maracanà ad aver ospitato due finali dei mondiali e che nel '86 ha visto trionfare l'Argentina per 3-2 contro la Germania, proprio con un gol del suo allenatore Burruchaga; corsi e ricorsi della storia.
Il sodalizio con i propri allenatori è un altro fil rouge nella carriera del Papu: infatti nel 2009 passa al San Lorenzo, squadra che vanta un tifoso speciale in Città del Vaticano, dove viene allenato da un giovane allenatore che negli ultimi anni sta avendo una carriera di altissimo livello e che probabilmente in questo momento è tra i primi 3 allenatori al mondo: El Cholo Simeone.
L'esperienza con i Boedi dura solo un anno perché nell'estate del 2010 Gomez sbarca nel calcio europeo, al Catania, dove un anno dopo lo raggiunge come tecnico il Cholo che con il tridente albiceleste composto dal Papu, Maxi Lopez e Bergessio conquista una strepitosa salvezza.
I tre anni a Catania sono emozionanti e pieni di vita per Gomez e terminano nel 2013 quando, al top della carriera, sbaglia scelta di vita e va a giocare in Ucraina. Quella al Metalist è l'unica esperienza grigia di una vita a colori che però si riaccende subito d'azzurro nel 2014: Il Papu infatti sposa la causa bergamasca e firma con l'Atalanta, squadra che in quanto ad argentini la sa lunga. Da Humberto Maschio a German Denis passando per Caniggia la Dea ha sempre sospirato per i campioni che provengono dalla terra del fùtbol.
Il Papu con l'Atalanta gioca sempre meglio ogni stagione, con un crescendo di prestazioni che lo hanno innalzato ad idolo della curva atalantina e alla fascia di capitano.
L'estate appena trascorsa è stata all'insegna dei balletti in riva al mare o a bordo piscina e ha visto due assoluti protagonisti:
Gianluca Vacchi e il Papu Gomez.
Infatti il capitano dei bergamaschi è un fenomeno di simpatia oltre che sul campo da gioco, perché la sua indole bambinesca è una risorsa preziosa, una qualità che ne fa di lui un inno al calcio romantico, quello giocato per passione da un bambino nella sua cameretta con una pallina ricoperta di polvere di stelle.
L'Atalanta di quest'anno, guidata da un maestro di calcio come Gasperini, sta facendo sognare tifosi e appassionati con grandi prestazioni a suon di gol e di giocate ad alta velocità. Una squadra giovane capitanata da un ragazzo non più giovane ma che non vuole crescere mai..
Papu Pan.
R.M.
Si parla di Calcio. Storie di vite ad inseguire un pallone, in cerca di gloria, di soldi, di fama, di rivincita o semplicemente perché è l'unica cosa che si sa fare. Perché dietro ad un campione c'è sempre un uomo, e quell'uomo è l'essenza stessa del campione.
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mercoledì 9 novembre 2016
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domenica 2 ottobre 2016
DIEGO PEROTTI
Essere figlio d'arte in Argentina non è una condizione facile. Essere figlio d'arte di un idolo Xeneizes a Buenos Aires è ancora più pesante. Il carico di aspettative che ci si porta dietro può letteralmente schiacciarti, specialmente se sei un ragazzo timido e gracile. Specialmente se erediti il cognome da El Mono Perotti e il nome da El Pibe De Oro Diego Armando Maradona. Papà Hugo Perotti giocò con Maradona nel Boca e vinse insieme a lui un campionato nel 1981, segnando nella partita più importante su assist del Diez. Il 26 Luglio 1988 El Mono alla nascita di suo figlio si ricordò di quell'assist ricevuto dal più grande 10 della storia del calcio e lo omaggiò chiamando il figlio con il suo nome. Diego Perotti.
La vicenda di Hugo Perotti è singolare, un miscuglio di fato, magia, passioni sregolate e sfortuna; o più semplicemente El Mono era un fuoco che ardeva con troppa intensità e per questo si è spento presto, ma quanto brillava.. A soli 19 anni vinse la Copa Libertadores con il Boca Juniors decidendo la finale con una doppietta e a soli 25 anni si ritirò dal calcio per un infortunio al ginocchio. Una stella cadente che ha lasciato il segno del suo passaggio nei quartieri della Boca.
Diego cresce nelle giovanili del Boca, ma soffre, gli allenatori sono durissimi con lui che è troppo fragile, troppo gracile per reggere quella pressione e allora smette di giocare a calcio per studiare. Ma il richiamo del campo è troppo forte, e per un ragazzo con quel nome e quel cognome il destino ha ben altri piani. Diego si presenta ad un provino per il Deportivo Moròn e viene preso, naturalmente. Gli basta un anno nelle giovanili per poter essere titolare con la prima squadra ed entrare nei radar di uno dei migliori talent scout del calcio europeo: Monchi, direttore sportivo del Siviglia, a cui sono sufficienti 200 mila euro per portarlo nel club andaluso.
Viene schierato come esterno nel 4-4-2 e a 21 anni, con un gol di testa allo scadere contro il Deportivo la Coruna, regala al Sevilla la qualificazione per la Champions League e suscita l'interesse della Juventus che arriva ad offrire 14 milioni di euro per lui ma l'offerta viene respinta dagli andalusi.
Proprio quando tutto sembra essersi messo per il meglio per El Monita, la "scimmietta", gli infortuni iniziano a perseguitarlo: dall'autunno del 2011 a metà del 2013 non gioca più di 7 partite consecutive, così torna al Boca Juniors in prestito ma gli infortuni lo seguono anche dall'altra parte dell'oceano e in totale gioca solamente 32 minuti. A 25 anni, come suo papà, pensa seriamente al ritiro.
Con 350 mila euro il Genoa di Gasperini gli da fiducia e lo acquista. Curioso come la rinascita di questo giocatore che viene dal Boca, squadra fondata da genovesi, passi proprio per La Superba ma nei calciatori argentini la componente destino è spesso rilevante.
Perotti in Serie A rinasce, è di nuovo quel giocatore imprevedibile sulla fascia che regala delle gemme ai propri attaccanti.
Nel Gennaio 2016 arriva una chiamata che non ammette un rifiuto e Diego passa alla Roma alla corte di Spalletti che non lo impiega come esterno ma dietro le punte come Enganche, ruolo che in certi circoli in Argentina dicono sia morto con il ritiro di Juan Roman Riquelme, non a caso l'idolo indiscusso di Diego Perotti. L'Enganche è il "gancio" tra il centrocampo e l'attacco, è l'uomo che sente le pulsazioni della partita e ne decide il ritmo del battito cardiaco.
A Roma stiamo vedendo Perotti al suo meglio: giocate illuminanti, assist, gol decisivi, tanta passione e poi quei dribbling.. Il modo di dribblare degli Argentini non è lo sfavillio circense dei brasiliani, ma una danza sui tempi di gioco. Un Tango, che deriva dal verbo "tangere, toccare" e il dribbling degli argentini e la loro magia nel gioco risiede proprio nel tocco del pallone.
L'inizio della stagione corrente di Diego Perotti è di alto livello: 5 partite, 3 gol e 2 assist; e lo scettro di rigorista ereditato dalla Leggenda con il numero 10 che pochi giorni fa ha spento 40 candelabri per il suo compleanno.
Questa sarà la stagione di El Monita Diego Perotti, un danzatore del gioco del calcio.
Essere figlio d'arte in Argentina non è una condizione facile. Essere figlio d'arte di un idolo Xeneizes a Buenos Aires è ancora più pesante. Il carico di aspettative che ci si porta dietro può letteralmente schiacciarti, specialmente se sei un ragazzo timido e gracile. Specialmente se erediti il cognome da El Mono Perotti e il nome da El Pibe De Oro Diego Armando Maradona. Papà Hugo Perotti giocò con Maradona nel Boca e vinse insieme a lui un campionato nel 1981, segnando nella partita più importante su assist del Diez. Il 26 Luglio 1988 El Mono alla nascita di suo figlio si ricordò di quell'assist ricevuto dal più grande 10 della storia del calcio e lo omaggiò chiamando il figlio con il suo nome. Diego Perotti.
La vicenda di Hugo Perotti è singolare, un miscuglio di fato, magia, passioni sregolate e sfortuna; o più semplicemente El Mono era un fuoco che ardeva con troppa intensità e per questo si è spento presto, ma quanto brillava.. A soli 19 anni vinse la Copa Libertadores con il Boca Juniors decidendo la finale con una doppietta e a soli 25 anni si ritirò dal calcio per un infortunio al ginocchio. Una stella cadente che ha lasciato il segno del suo passaggio nei quartieri della Boca.
Diego cresce nelle giovanili del Boca, ma soffre, gli allenatori sono durissimi con lui che è troppo fragile, troppo gracile per reggere quella pressione e allora smette di giocare a calcio per studiare. Ma il richiamo del campo è troppo forte, e per un ragazzo con quel nome e quel cognome il destino ha ben altri piani. Diego si presenta ad un provino per il Deportivo Moròn e viene preso, naturalmente. Gli basta un anno nelle giovanili per poter essere titolare con la prima squadra ed entrare nei radar di uno dei migliori talent scout del calcio europeo: Monchi, direttore sportivo del Siviglia, a cui sono sufficienti 200 mila euro per portarlo nel club andaluso.
Viene schierato come esterno nel 4-4-2 e a 21 anni, con un gol di testa allo scadere contro il Deportivo la Coruna, regala al Sevilla la qualificazione per la Champions League e suscita l'interesse della Juventus che arriva ad offrire 14 milioni di euro per lui ma l'offerta viene respinta dagli andalusi.
Proprio quando tutto sembra essersi messo per il meglio per El Monita, la "scimmietta", gli infortuni iniziano a perseguitarlo: dall'autunno del 2011 a metà del 2013 non gioca più di 7 partite consecutive, così torna al Boca Juniors in prestito ma gli infortuni lo seguono anche dall'altra parte dell'oceano e in totale gioca solamente 32 minuti. A 25 anni, come suo papà, pensa seriamente al ritiro.
Con 350 mila euro il Genoa di Gasperini gli da fiducia e lo acquista. Curioso come la rinascita di questo giocatore che viene dal Boca, squadra fondata da genovesi, passi proprio per La Superba ma nei calciatori argentini la componente destino è spesso rilevante.
Perotti in Serie A rinasce, è di nuovo quel giocatore imprevedibile sulla fascia che regala delle gemme ai propri attaccanti.
Nel Gennaio 2016 arriva una chiamata che non ammette un rifiuto e Diego passa alla Roma alla corte di Spalletti che non lo impiega come esterno ma dietro le punte come Enganche, ruolo che in certi circoli in Argentina dicono sia morto con il ritiro di Juan Roman Riquelme, non a caso l'idolo indiscusso di Diego Perotti. L'Enganche è il "gancio" tra il centrocampo e l'attacco, è l'uomo che sente le pulsazioni della partita e ne decide il ritmo del battito cardiaco.
A Roma stiamo vedendo Perotti al suo meglio: giocate illuminanti, assist, gol decisivi, tanta passione e poi quei dribbling.. Il modo di dribblare degli Argentini non è lo sfavillio circense dei brasiliani, ma una danza sui tempi di gioco. Un Tango, che deriva dal verbo "tangere, toccare" e il dribbling degli argentini e la loro magia nel gioco risiede proprio nel tocco del pallone.
L'inizio della stagione corrente di Diego Perotti è di alto livello: 5 partite, 3 gol e 2 assist; e lo scettro di rigorista ereditato dalla Leggenda con il numero 10 che pochi giorni fa ha spento 40 candelabri per il suo compleanno.
Questa sarà la stagione di El Monita Diego Perotti, un danzatore del gioco del calcio.
sabato 10 settembre 2016
EVER BANEGA El Tanguito
A Rosario, nella città del futbòl, c'è un derby tra due selezioni giovanili che è sentito dai Rosarini come il Superclàsico Boca-River: Alianza Sportiva contro Grandoli Fc. La sfida ha luogo su quei campi impolverati che si trovano solo in Argentina, dove giocando si respira a pieni polmoni polvere e futbòl. Le partite della classe '87 rimangono negli annali. I numeri 10 delle due selezioni sono entrambi piccoli, uno in particolar modo, ma sono di gran lunga i migliori giocatori in campo. Nell'Alianza Sportiva Il numero 10 è Ever Banega mentre per il Grandoli Fc veste quella maglia Lionel Andrés Cuccitini, meglio conosciuto come Leo Messi. Banega ricorda quelle partite. "Era uno spreco di tempo perché avremmo giocato contro un nano e ci avrebbe fatti sembrare tutti degli stupidi. Era piccolo, la divisa era troppo grande per lui, ma quello che faceva era già fenomenale." In realtà Ever non avrebbe neanche dovuto giocare perciò precisa:"Ero in una categoria di età inferiore, ma mio papà era l'allenatore della classe 1987 e così era solito farmi giocare in quella categoria." Infatti Banega nasce il 29 Giugno 1988 nel Barrio Saladillo a Rosario. La sua infanzia è come quella di tanti ragazzini nati nel Barrio, non ci sono soldi e ogni cosa va guadagnata. Perfino le scarpe da calcio erano da condividere con i fratelli. "Luciano giocava all'una, Cesàr alle tre e poi arrivavo io". Ma il suo talento non era come quello di tanti, il talento di Ever era evidente e fu la sua ancora di salvezza. J.Griffa, grande maestro di futbòl argentino, che ha avuto come apprendisti gente del calibro di Valdano, Batistuta e Tevez, lo nota e lo porta da Rosario a Buenos Aires sponda Xeneizes. Griffa sul Tanguito dichiara che era bravo tecnicamente ma quello che mi sorprese davvero era la sua straordinaria mentalità. Questa mentalità lo porta ad essere titolare a 18 anni nel Boca Juniors e a vincere la Copa Libertadores nel 2007. A 19 anni, 19 è il suo numero fortunato tanto da tatuarselo sul polpaccio destro insieme allo scudetto del Newell's Old Boys (squadra di cui è tifoso devoto), arriva la chiamata Europea. Ever Banega è un nuovo giocatore del Valencia. Ma quelli che dovrebbero essere gli anni della sua consacrazione sul palcoscenico europeo sono invece caratterizzati dalle sbandate fuori dal campo. Un'escalation di Alcol, movida e allenamenti con pesanti postumi da sbornia che culmina con la rottura di tibia e perone. Infortunio che non avviene su un campo da calcio ma da un benzinaio. Banega non si ricorda di mettere il freno a mano alla sua Audi A8 e quando questa inizia a muoversi prova a fermarla con la gamba. Risultato: 6 mesi di stop.
Iniziano anni difficili, fatti di prestiti e prestazioni anonime, fino a che non arriva la svolta. E la svolta ha un nome e un cognome. Unai Emery. Che lo allena prima a Valencia e poi nel Sevilla tre volte vincitore dell'Europa League. Emery lo inventa falso diez, in un ruolo più offensivo in cui Ever può spaziare nella metà campo avversaria e inventare assist al bacio, come quello in finale di Europa League contro il Liverpool. Geniale. In entrambe le finali Banega viene nominato El Hombre del partido con conseguente titolo di MVP della Finale. Per la stagione 2016-17 Banega firma per l'Inter dove avrà il compito di ammaliare S.Siro con le sue giocate fenomenali, regalando assist per i nerazzurri. Ma se volete sapere chi è Ever Banega e qual'è il suo ruolo, dovete sentire le parole di uno dei massimi conoscitori del calcio argentino in Italia. Lele Adani. Per comprendere Banega "si deve uscire dal concetto di ruolo per entrare nel concetto di pensiero calcistico." Questo è Banega, un anarchico della tattica, un funambolo del pensiero calcistico.
Bienvenido Tanguito,
R.M.
A Rosario, nella città del futbòl, c'è un derby tra due selezioni giovanili che è sentito dai Rosarini come il Superclàsico Boca-River: Alianza Sportiva contro Grandoli Fc. La sfida ha luogo su quei campi impolverati che si trovano solo in Argentina, dove giocando si respira a pieni polmoni polvere e futbòl. Le partite della classe '87 rimangono negli annali. I numeri 10 delle due selezioni sono entrambi piccoli, uno in particolar modo, ma sono di gran lunga i migliori giocatori in campo. Nell'Alianza Sportiva Il numero 10 è Ever Banega mentre per il Grandoli Fc veste quella maglia Lionel Andrés Cuccitini, meglio conosciuto come Leo Messi. Banega ricorda quelle partite. "Era uno spreco di tempo perché avremmo giocato contro un nano e ci avrebbe fatti sembrare tutti degli stupidi. Era piccolo, la divisa era troppo grande per lui, ma quello che faceva era già fenomenale." In realtà Ever non avrebbe neanche dovuto giocare perciò precisa:"Ero in una categoria di età inferiore, ma mio papà era l'allenatore della classe 1987 e così era solito farmi giocare in quella categoria." Infatti Banega nasce il 29 Giugno 1988 nel Barrio Saladillo a Rosario. La sua infanzia è come quella di tanti ragazzini nati nel Barrio, non ci sono soldi e ogni cosa va guadagnata. Perfino le scarpe da calcio erano da condividere con i fratelli. "Luciano giocava all'una, Cesàr alle tre e poi arrivavo io". Ma il suo talento non era come quello di tanti, il talento di Ever era evidente e fu la sua ancora di salvezza. J.Griffa, grande maestro di futbòl argentino, che ha avuto come apprendisti gente del calibro di Valdano, Batistuta e Tevez, lo nota e lo porta da Rosario a Buenos Aires sponda Xeneizes. Griffa sul Tanguito dichiara che era bravo tecnicamente ma quello che mi sorprese davvero era la sua straordinaria mentalità. Questa mentalità lo porta ad essere titolare a 18 anni nel Boca Juniors e a vincere la Copa Libertadores nel 2007. A 19 anni, 19 è il suo numero fortunato tanto da tatuarselo sul polpaccio destro insieme allo scudetto del Newell's Old Boys (squadra di cui è tifoso devoto), arriva la chiamata Europea. Ever Banega è un nuovo giocatore del Valencia. Ma quelli che dovrebbero essere gli anni della sua consacrazione sul palcoscenico europeo sono invece caratterizzati dalle sbandate fuori dal campo. Un'escalation di Alcol, movida e allenamenti con pesanti postumi da sbornia che culmina con la rottura di tibia e perone. Infortunio che non avviene su un campo da calcio ma da un benzinaio. Banega non si ricorda di mettere il freno a mano alla sua Audi A8 e quando questa inizia a muoversi prova a fermarla con la gamba. Risultato: 6 mesi di stop.
Iniziano anni difficili, fatti di prestiti e prestazioni anonime, fino a che non arriva la svolta. E la svolta ha un nome e un cognome. Unai Emery. Che lo allena prima a Valencia e poi nel Sevilla tre volte vincitore dell'Europa League. Emery lo inventa falso diez, in un ruolo più offensivo in cui Ever può spaziare nella metà campo avversaria e inventare assist al bacio, come quello in finale di Europa League contro il Liverpool. Geniale. In entrambe le finali Banega viene nominato El Hombre del partido con conseguente titolo di MVP della Finale. Per la stagione 2016-17 Banega firma per l'Inter dove avrà il compito di ammaliare S.Siro con le sue giocate fenomenali, regalando assist per i nerazzurri. Ma se volete sapere chi è Ever Banega e qual'è il suo ruolo, dovete sentire le parole di uno dei massimi conoscitori del calcio argentino in Italia. Lele Adani. Per comprendere Banega "si deve uscire dal concetto di ruolo per entrare nel concetto di pensiero calcistico." Questo è Banega, un anarchico della tattica, un funambolo del pensiero calcistico.
Bienvenido Tanguito,
R.M.
martedì 6 settembre 2016
Gonzalo Gerardo Higuain
Buenos Aires. Ottobre 1988. Il piccolo Gonzalo ad appena 10 mesi è ricoverato d'urgenza, una meningite fulminante lo manda in coma. I medici hanno poche speranze ma il bambino ha una forza speciale, esce dal coma e si riprende. Suo padre, Jorge Higuain detto El Pipa, non ha dubbi. "Questo bambino è rimasto per qualche motivo." Si, quel bambino ha il profumo dei campioni, quell'alone di fascino magnetico che conquista tutto e tutti. Come dirà madridista: "no es un milagro, es Gonzalo Higuain". Ed è vero, non è un miracolo, è Gonzalo Higuain. Quella forza che ha fatto guarire il piccolo Pipita, è la stessa che lo spinge a porsi degli obbiettivi e poi a raggiungerli, la stessa forza che aveva la sua famiglia. Perché se vuoi vedere quanto è forte un albero devi guardarne le radici, e le radici di Higuain sono in una famiglia di duri. Il Suo Viejo, El Pipa, era un difensore, un lottatore vero dal carisma palpabile. Basti pensare che è stato capitano sia al Boca Juniors che al River Plate, privilegio riservato a pochissimi. Ma il più simile a Gonzalo, a detta dei suoi parenti, è il nonno materno. Santos Zacarias. Allenatore di Boxe campione del mondo con Juan Martìn Coggi. Il nonno era un Ganador. Non mollava mai, ci credeva sempre, anche quando tutti gli altri gli dicevano che era impossibile. Ma alla fine aveva sempre ragione lui. Gonzalo Higuain è questo prima di tutto, un Ganador, uno che non molla mai, che insegue la vittoria perché non sa fare altro. Questa ossessione per la vittoria è il motivo che lo ha spinto a cambiare aria dopo una stagione leggendaria con il Napoli, 36 gol in 38 partite di Serie A, come lui nessuno mai. E in Italia c'è solo una squadra che ha la sua stessa ossessione, tanto da avere come manifesto ideologico l'adagio vincere non è importante, ma è l'unica cosa che conta. La Juventus. Il suo è il trasferimento più costoso della storia della Serie A, 90 milioni di euro. Il giocatore che solo pochi mesi prima sigillava il record di gol con una tripletta al Frosinone e con un 36esimo gol irreale (Mertens si accentra dall'angolo sinistro dell'area di rigore, vede Gonzalo e lo serve con un pallone morbido. Il Pipita ha sei giocatori avversari intorno a sé e deve essere rapido, così stoppa di petto e in acrobazia di destro segna un gol leggendario. La telecronaca di quegli istanti magici di Maurizio Compagnoni e Lele Adani è già parte della storia del giornalismo sportivo italiano.) adesso è assalito dalle critiche per il suo trasferimento e per lo stato di forma in cui si è presentato a Vinovo. Ma Gonzalo è forte, e orgoglioso. El Mundo Deportivo ai tempi del Real Madrid ci aveva visto bene: "Higuain è un duro, soprattutto di testa, sopravvive alle critiche, alle cospirazioni e alle ferite con una fede infinita nelle sue capacità". E questo fa anche nei primi mesi in bianconero e alla prima occasione ufficiale. Juventus-Fiorentina, alla prima di Serie A, entra in campo al 21esimo del secondo tempo sull'1-0 facendo alzare tutto lo Juventus Stadium, ma pochi istanti dopo è la Viola a segnare portando il risultato sull'1-1. Gonzalo è già chiamato a risolvere la prima partita. 9 minuti dopo il suo ingresso in campo il Nueve legge prima di tutti l'azione e si avventa sul pallone facendolo passare tra palo e portiere. Dimostrando tutta la sua capacità di segnare, perché come ha dichiarato il suo allenatore, Allegri, a fine partita. Il gol è la sua arte. E cos'altro ci si poteva aspettare dal figlio di un calciatore e di una pittrice? Higuain nella sua nuova avventura è un giocatore più maturo, pronto ad essere il miglior Gonzalo di sempre. E non chiamatelo più Pipita, ora è cresciuto e tutti i suoi compagni lo chiamano Pipa. Finora abbiamo visto il meglio del Pipita, da adesso aspettiamoci di vedere il meglio del Pipa.
Buena Suerte Pipa.
R.M.
Buenos Aires. Ottobre 1988. Il piccolo Gonzalo ad appena 10 mesi è ricoverato d'urgenza, una meningite fulminante lo manda in coma. I medici hanno poche speranze ma il bambino ha una forza speciale, esce dal coma e si riprende. Suo padre, Jorge Higuain detto El Pipa, non ha dubbi. "Questo bambino è rimasto per qualche motivo." Si, quel bambino ha il profumo dei campioni, quell'alone di fascino magnetico che conquista tutto e tutti. Come dirà madridista: "no es un milagro, es Gonzalo Higuain". Ed è vero, non è un miracolo, è Gonzalo Higuain. Quella forza che ha fatto guarire il piccolo Pipita, è la stessa che lo spinge a porsi degli obbiettivi e poi a raggiungerli, la stessa forza che aveva la sua famiglia. Perché se vuoi vedere quanto è forte un albero devi guardarne le radici, e le radici di Higuain sono in una famiglia di duri. Il Suo Viejo, El Pipa, era un difensore, un lottatore vero dal carisma palpabile. Basti pensare che è stato capitano sia al Boca Juniors che al River Plate, privilegio riservato a pochissimi. Ma il più simile a Gonzalo, a detta dei suoi parenti, è il nonno materno. Santos Zacarias. Allenatore di Boxe campione del mondo con Juan Martìn Coggi. Il nonno era un Ganador. Non mollava mai, ci credeva sempre, anche quando tutti gli altri gli dicevano che era impossibile. Ma alla fine aveva sempre ragione lui. Gonzalo Higuain è questo prima di tutto, un Ganador, uno che non molla mai, che insegue la vittoria perché non sa fare altro. Questa ossessione per la vittoria è il motivo che lo ha spinto a cambiare aria dopo una stagione leggendaria con il Napoli, 36 gol in 38 partite di Serie A, come lui nessuno mai. E in Italia c'è solo una squadra che ha la sua stessa ossessione, tanto da avere come manifesto ideologico l'adagio vincere non è importante, ma è l'unica cosa che conta. La Juventus. Il suo è il trasferimento più costoso della storia della Serie A, 90 milioni di euro. Il giocatore che solo pochi mesi prima sigillava il record di gol con una tripletta al Frosinone e con un 36esimo gol irreale (Mertens si accentra dall'angolo sinistro dell'area di rigore, vede Gonzalo e lo serve con un pallone morbido. Il Pipita ha sei giocatori avversari intorno a sé e deve essere rapido, così stoppa di petto e in acrobazia di destro segna un gol leggendario. La telecronaca di quegli istanti magici di Maurizio Compagnoni e Lele Adani è già parte della storia del giornalismo sportivo italiano.) adesso è assalito dalle critiche per il suo trasferimento e per lo stato di forma in cui si è presentato a Vinovo. Ma Gonzalo è forte, e orgoglioso. El Mundo Deportivo ai tempi del Real Madrid ci aveva visto bene: "Higuain è un duro, soprattutto di testa, sopravvive alle critiche, alle cospirazioni e alle ferite con una fede infinita nelle sue capacità". E questo fa anche nei primi mesi in bianconero e alla prima occasione ufficiale. Juventus-Fiorentina, alla prima di Serie A, entra in campo al 21esimo del secondo tempo sull'1-0 facendo alzare tutto lo Juventus Stadium, ma pochi istanti dopo è la Viola a segnare portando il risultato sull'1-1. Gonzalo è già chiamato a risolvere la prima partita. 9 minuti dopo il suo ingresso in campo il Nueve legge prima di tutti l'azione e si avventa sul pallone facendolo passare tra palo e portiere. Dimostrando tutta la sua capacità di segnare, perché come ha dichiarato il suo allenatore, Allegri, a fine partita. Il gol è la sua arte. E cos'altro ci si poteva aspettare dal figlio di un calciatore e di una pittrice? Higuain nella sua nuova avventura è un giocatore più maturo, pronto ad essere il miglior Gonzalo di sempre. E non chiamatelo più Pipita, ora è cresciuto e tutti i suoi compagni lo chiamano Pipa. Finora abbiamo visto il meglio del Pipita, da adesso aspettiamoci di vedere il meglio del Pipa.
Buena Suerte Pipa.
R.M.
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